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Progetto Verde

Come e perché difendere i prati stabili

I prati «stabili» sono un concentrato di biodiversità; efficaci come spazzini della CO2 prodotta dalle attività umane, presidi, contro l’erosione del suolo. La Comunità Europea li tutela ed eroga contributi per il loro mantenimento.

Appena usciamo dalle città, nel degrado dei capannoni industriali, nel gigantismo dei cartelloni pubblicitari, tra svincoli di tangenziali e raccordi, all’improvviso, a volte, ci sorprende un prato. Sono ormai pochi i prati sia nelle aree periurbane che nelle zone agricole. Nelle aree periurbane, la dispersione degli abitati, l’edificazione residenziale sovradimensionata, la crescita di ipermercati, il raddoppio di complanari, bretelle, raccordi, concorrono massicciamente all’indiscriminato e irresponsabile consumo di suolo. Nella campagna invece, l’ampliamento di autostrade, il proliferare di cave per l’estrazione di materiali e l’agricoltura intensiva si contendono il territorio. E così i prati stanno scomparendo. Perché non solo l’edificazione, ma anche le monocolture dell’agricoltura intensiva e gli allevamenti di bestiame non più collegati alla coltivazione della terra sono mortali nemici dei prati.

Ma di cosa parliamo quando diciamo «un prato»? Se parliamo di una superficie verde, punteggiata di fiori diversi e di diversi colori, ovvero il prato di una campagna ideale, allora parliamo di un prato stabile. Escludendo alcuni habitat naturali particolari, il prato è frutto del lavoro umano e senza il taglio dell’erba o il pascolo, i prati abbandonati si riempiono di arbusti e diventano preda di specie arboree infestanti quali robinie e ailanto che soffocano le specie erbacee endemiche, indispensabili per la conservazione della bio-diversità.

Si potrebbero confonderei prati stabili con i prati avvicendati, ossia con quei prati coltivati per ricavarne foraggio per gli animali. Ma in questi ultimi troviamo soltanto trifoglio o erba medica e qualche graminacea seminata di volta in volta, dopo aver dissodato il terreno. Al contrario, nel prato stabile, non dissodato, si rifugiano decine e decine di specie: l’aglio dei prati, la lupinella delle sabbie, la vedovella dei prati, il garofano di bosco, l’asteroide salicina e tante altre ancora. Un vero campionario di bellezza, di colori, di profumi. I terreni di questi prati non sono stati mai dissodati o se lo sono stati, sono ormai rinaturalizzati dalle specie erbacee selvatiche.

Questi prati sono oggetti preziosi! La Comunità Europea li tutela ed eroga contributi per il loro mantenimento. In Inghilterra e Germania da molti anni si trapiantano intere zolle di prati stabili per moltiplicare la biodiversità rappresentata da una prateria integra. E in Italia? Nel comune di Roma, che conserva ancora nel suo territorio molte e vaste aree verdi, qualche mese fa Marrazzo e Alemanno hanno espresso totale sintonia nell’auspicare la costruzione di due nuovi stadi per la Roma e per la Lazio. Altro cemento (e due piccoli prati) potrebbe così inondare il mitico agro romano che incantava i colti viaggiatori del Grand Tour. Un bel calcio non solo alla biodiversità e alla tutela del paesaggio, ma anche al recentissimo piano regolatore che prevede l’inedificabilità per le zone dove si vorrebbero costruire i nuovi stadi. Ma ci sono anche buone notizie. In Friuli Venezia Giulia, i prati stabili sono stati censiti e localizzati sulla Carta tecnica regionale e la legge n.9 del 2005 individua le norme per la loro tutela.

Anche alcuni comuni piccoli e virtuosi cominciano a porsi il problema della salvaguardia di questi prati. Nell’area della provincia di Parma la conservazione e l’utilizzo dei prati stabili è stata individuata come una risorsa per il territorio e per l’industria agroalimentare Infatti le mucche allevate con il fieno proveniente da prati stabili non trattati con prodotti chimici producono un latte migliore e il parmigiano può così diventare biologico.

Ma che cosa hanno di così speciale questi prati? Ricerche e studi recenti in ambito agronomico, botanico, naturalistico ne hanno individuato alcune caratteristiche davvero interessanti. Per la sua particolare conformazione, mediamente un prato stabile immagazzina nel primo mezzo metro di terre-notai 25% di carbonio in più rispetto ai prati coltivati e può assorbire anidride carbonica quanto una superficie alberata della stessa dimensione. Si comporta quindi come un efficacissimo spazzino della CO2 prodotta delle attività umane. Un prato stabile è un concentrato di biodiversità perché li sono presenti decine e decine di specie erbacee che offrono rifugio ai piccoli animali del suolo, attirano gli insetti, che a loro volta richiamano gli uccelli e tutto questo avviene in contesti agricoli o periurbani ormai davvero poveri di diversità biologica. Un prato stabile è un efficace presidio contro l’erosione del suolo e i ripetuti disastri idrogeologici ci dicono che ce ne sarebbe un gran bisogno. Questi prati conservano un prezioso patrimonio genetico utilizzabile per migliorare le piante coltivate, forniscono foraggio biologico per gli allevamenti, sono un deposito di semi da utilizzare per piantare nuovi prati che possiedano tutte queste buone qualità. Un prato di questo tipo, se distrutto, impiega da 50 a 100 anni a rigenerarsi, poiché è frutto di una successione ecologica che solo lentamente permette di arrivare a una condizione di equilibrio in cui più di 100 specie vegetali possono coesistere ciascuna nella sua nicchia ecologica.

Che fare per difendere tanta bellezza? Una Biologa e un’Agronoma friulane dopo aver portato a termine un progetto di ricerca sui prati stabili della Regione, si sono chieste «come potranno sopravvivere questi prati se non interessano più a nessuno tranne che ai naturalisti?». La loro risposta è stata la creazione nel 2005 di Semenostrum, piccolissima azienda nata per produrre e commercializzare sementi delle specie erbacee che costituiscono i prati stabili della pianura friulana.

Sui terreni dell’Azienda Agraria Universitaria Servadei di Udine, Silvia Assolari e Elisa Tomat «coltivano prati stabili» e indicano i modi possibili per un loro utilizzo contemporaneo, affinché non siano più soltanto la testimonianza residuale di una cultura contadina ormai scomparsa. I prati stabili possono essere la soluzione ideale per i ripristini di aree degradate e per gli interventi paesaggistici che dovrebbero accompagnare la realizzazione delle infrastrutture. Un altro interessante utilizzo delle erbe selvatiche dei prati stabili è possibile nei nuovi parchi. pubblici e nei giardini urbani. La realizzazione di questi prati in sostituzione degli idrovori e, nel nostro paese, incongrui «prati inglesi», non è soltanto un’ottima idea dal punto di vista del risparmio idrico, ma anche un interessante elemento progettuale. Inserire un pezzo di campagna nel bel mezzo delle nostre affaticate città avrebbe un effetto beneficamente spiazzante. La manutenzione del verde urbano sarebbe semplificata e ci sarebbero risparmiate le aiuole spelacchiate, le siepi lacunose di bossi stremati, gli stenti cespuglietti dì rose soffocate dai parassiti.

Anche chi ha la fortuna di avere a disposizione un prato, per quanto piccolo, può pensare di trasformarlo seminando le erbe selvatiche. L’autunno è il momento più adatto per farlo. Anche sul terrazzino di casa, tra un basilico e una salvia, una piccola fetta di prato fiorito, potrà ricordarci ancora che un altro mondo è possibile.

Parafrasando il Candido di Voltaire; anche noi «dobbiamo coltivare “i nostri prati fioriti».

autore: Marina Fresa ALIAS n°48 – dicembre 2009

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Commenti

  1. by federica toselli on febbraio 5th, 2010 at 01:38

    Questo articolo merita l’interesse verso un tipo particolare di prato che aiuta l’ ambiente e non lo depaupera. E’ la rivincita nei confronti dell’ articolo scritto dalla Dr.ssa Czimczik, trattato in maniera superficiale, che quasi “demonizzava” i prati ornamentali, normalmente usati.
    Da quanto scritto, si evince che l’ ornamentale e l’ecologico possono coesistere….

  2. by Giovanni Poletti on febbraio 5th, 2010 at 11:07

    Continuo a sostenere che la notizia riportata nella news “Prati in città” fosse fuorviante più nella forma (e nella sede) in cui è stata presentata che nei contenuti specifici, meritevoli comunque di un approfondimento, vista l’importanza.
    A mio parere non solo non ci sono ostacoli alla convivenza tra ecologico (mi piace di più “sostenibile”) ed ornamentale poichè li ritengo ottimamente integrabili l’uno nell’altro.

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