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Il Giardiniere Smarrito oltre i paesaggisti

Oliva di Collobiano

Non basta la cura per gli spazi verdi. Un architetto deve creare «paesaggi». Come insegna Oliva di Collobiano, piemontese di nascita, fiorentina per abitudine, architetto del paesaggio di professione, scrittrice e acquarellista per passione, ha progettato giardini nuovi, restaurato parchi storici, inventato e organizzato mostre-mercato di piante e fiori, promosso concorsi per giovani progettisti di giardino e  organizzato conversazioni con il pubblico sul tema del paesaggio, della Natura, dei fiori  con registi, scrittori, critici, artisti, vivaisti e ecologisti. Negli anni, Oliva di Collobiano ha raffinato gusto e sensibilità per le piante spontanee, per il giardino a basso consumo di acqua, per il fai-da-te che sublima il giardinaggio in filosofia del vivere con le piante, per i semi non geneticamente modificati e per tutto ciò che restituisce ambiente pulito, aria pulita  e agricoltura biologica.

Dovrebbe essere ormai evidente a tutti: è vano illudersi di conservare un patrimonio architettonico, ville palladiane in Veneto, giardini storici o quant’altro, senza curare nel contempo il contesto o paesaggio che dir si voglia e che da tali beni è inscindibile. Giustissimo, ovvio, però: quanti hanno lo sguardo capace di vedere quanto occorre vedere, prima ancora di intervenire? E qui potrebbe tornare utilissimo un piccolo libro “Il giardiniere smarrito” (Lei) dall’apparenza esile, defilata, finché non se ne colga la natura di testo iniziatico. Lo ha scritto Oliva di Collobiano, paesaggista approdata al giardino dal teatro e dall’acquerello.

Per tredici anni, fino alla chiusura, due anni fa, Oliva di Collobiano ha organizzato, a San Casciano Val di Pesa (Firenze) la più colta delle manifestazioni orticole italiane: «Giardini in Fiera».

Qui conferenzieri tra i meno prevedibili nel contesto, da Niccolò Ammanniti a Benedetta Craveri, da Sergio Givone a Giannozzo Pucci, da Teddy Goldsmith a Franco Tassi, hanno dato respiro all’offerta di piante di vivaisti specializzati. Tra un settembre e l’altro, Oliva di Collobiano viaggiava, disegnando giardini, ma soprattutto alla ricerca di quel non so che invisibile come un’armonia, eppure così perentorio da configurarsi in giardino.

Anche là dove a creare un giardino nessuno aveva intenzionalmente pensato. Ed ecco qui la cifra dell’urgenza di questo piccolo, volutamente non sistematico trattato di estetica del paesaggio. Necessario come un talismano per affinare lo sguardo fino a cogliere in quanto ci circonda, che sia una cava abbandonata o un deserto post-industriale, le caratteristiche essenziali che deputano un luogo al godimento di una natura mai statica nei suoi processi.

Immune ai gerghi, Oliva di Collobiano ha il coraggio di usare parole semplici: rassicurante, concreto, attraente. Racconta microeventi estetici generati da emozioni quasi impalpabili tanto sono fresche e leggere: uno sprigionarsi di rosa e violetti dalla pietra grigia di un tempio in Sicilia, un trascorrere di nuvole in cielo, la sorpresa gioiosa di individuare nel terreno la traccia di una colonna divelta.

Il lettore viene accompagnato da Trinoro d’Orcia, a Mozia, da Istanbul alla solfatara di Pozzuoli, da Roccelletta d’Aspromonte a Cusa fino a certi. altri più noti giardini come Ninfa, Torrecchia, Prospect-Cottage. Di Sissinghurst annota che alla terza visita, annoia.

Il “mondo fluttuante” del vero giardino non ha nulla a che spartire con certi scenari freddi, perfetti nella loro glaciale messa in scena, dove la vegetazione è montata dall’uomo come fosse «materia inerte per circondarsi di verde formalismo». Mentre l’emozione autentica, quella necessaria a formare uno sguardo capace di scorgere quanto è davvero prezioso, nasce dal saper decifrare specie adesso che rischiamo di perderle, forme di land-art involontaria in certe recinzioni di sassi ricoperti di spini nelle isole greche, nei muretti a secco di Scozia, nella vegetazione spontanea sopravvissuta tra gli scavi archeologici.

Contorni, disegni, memorie botaniche. Non ha più senso restaurare giardini, perché non esistono più paesaggi e giardini puri. Dare al giardino un paesaggio: ecco,il punto.

Come fece a suo tempo Porcinai a Selinunte creando una duna che non si nota ma che è essenziale.

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