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Dottore Agronomo o Ingegnere Agronomo?

La qualifica professionale non è una etichetta

 

 

L’ultima revisione del Codice di deontologia per l’esercizio delle attività professionale degli iscritti all’Albo dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali (Regolamento 2/2013) operata dal CONAF – Consiglio Ordine Nazionale Dottori Agronomi e Dottori Forestali – afferma che il titolo professionale costituisce il primo e fondamentale aspetto di identità, necessario a identificare l’appartenenza alla professione. Il titolo professionale deve essere usato sempre per esteso e non può essere oggetto di abbreviazioni che inducano ambiguità interpretative (art.15, punto 1).

In altre parole il titolo corretto da apporre è Dottore Agronomo / Dottore Forestale o Dott. Agronomo / Dott. Forestale

 

Recentemente ha preso corpo un filone di pensiero particolarmente attivo in Internet che con molteplici discussioni, talora anche vivaci, si sta spendendo per ottenere il cambiamento del titolo professionale in Ingegnere Agronomo e Ingegnere Forestale, adducendo due fondamentali motivazioni:

  1. presenza di tale titolo in molti paesi europei (e talvolta anche extraeuropei)
  2. riconoscimento semplificato e aumentato presso il grande pubblico con garanzia di migliori opportunità professionali.

 

La prima argomentazione appare fuorviante in quanto non finalizzata al riconoscimento di un titolo professionale conseguito nell’ambito dell’Unione Europea per l’esercizio della professione o per l’armonizzazione di diversi percorsi formativi, ma solo per giustificare una mera sostituzione lessicale.

 

La seconda motivazione è viziosa, non esistendo certezze in proposito e lasciando aperta la strada a ulteriori valutazioni quali gli sciagurati effetti che deriverebbero consegnando alla figura preminente dell’Ingegnere – e non dell’Agronomo – proprio quelle competenze e specificità professionali di assoluto valore che si tenta di promuovere, in virtù di una sua preesistente e indiscutibile maggiore presa mediatica.

 

Nel giro di breve tempo si svuoterebbe di contenuti e significato la genuina definizione di Agronomo ammettendo implicitamente anche una incapacità di proseguire nel processo di valorizzazione di un titolo e di una professione con conseguenze, anche culturali, assai discutibili.

 

Un aspetto sottovalutato, ma più che mai concreto in tempi professionalmente difficili come gli attuali, è che una valutazione unilaterale e agronomocentrica non trovi sul fronte opposto reale alcuna volontà di condividere il valore aggiunto del proprio titolo nel mercato del lavoro.

 

Probabilmente l’attuale peso dei Dottori Agronomi/Forestali è motivo di malumore poiché, qualora valutato in termini di riconoscibilità tra le persone comuni e di incidenza in specifici processi lavorativi, risulta a distanze siderali da altre categorie professionali quali, tanto per rimanere in tema, Architetti e Ingegneri.

 

Onestamente, non va sottaciuto che le motivazioni di questa scarsa penetrazione hanno radici lontane – ma non troppo – con responsabilità anche imputabili sia ai singoli soggetti che alle istituzioni di categoria, per non avere saputo cogliere tempestivamente i mutamenti del mondo rurale e, più in generale, dell’evoluzione dei tempi.

 

Ciò è accaduto per le tematiche afferenti al Verde urbano, alla salvaguardia del Paesaggio o per la rinnovata sensibilità ambientale generale mentre ora è maggiore la consapevolezza che lo scarso numero di professionisti presenti sul mercato impedisce di avere, in una sorta di corto circuito, una adeguata massa critica che consenta l’emersione della categoria nei tanti settori di pertinenza.

 

A fronte di ciò, le domande che dovrebbero quindi porsi i diretti interessati sono semplici: “se non siamo sufficientemente riconosciuti e riconoscibili come AGRONOMI ora, perché ciò dovrebbe accadere dopo l’anteposizione di una nuova qualifica?” Se non sono i diretti interessati ad essere convinti delle proprie possibilità e competenze, perché dovrebbero esserlo altri?

 

I Dottori Agronomi e/o Forestali siano dunque i primi convincenti testimonial di se stessi!

 

Da ultimo, se l’utilizzo dei canali social tra i diretti interessati per informare è auspicabile e positivo, lo è meno per chiamate a raccolta. Risultano infatti maggiormente pertinenti per ruolo e incarico i rappresentanti di categoria convenuti a un tavolo tecnico propedeutico a specifiche riforme. Una discussione eseguita a valle dell’iter decisionale risulta invece oziosa e fuorviante.

 

Parafrasando, qual è dunque un piccolo passo per una grande corsa?

L’uso fiero del titolo professionale attuale, consegnato per esteso.

Dott. Agronomo Giovanni Poletti

 

 

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Commenti

  1. by Federico on gennaio 31st, 2014 at 09:01

    La “pubblicità” che potremo ottenere con il cambio di titolo servirà solo ad affossarci all’ombra del megapalazzo ingegneristico nel quale, alla fine, sono tutti ingegneri di tutto.
    Auspico una forte presa di coscienza da parte di tutti i colleghi, sopratutto quelli che coordinano l’attività di sviluppo della professione (http://www.conaf.it/coltiva-professione), per promuovere la figura professionale in senso verticale, dall’amministratore all’agricoltore.

  2. by Giovanni Poletti on gennaio 31st, 2014 at 17:53

    Federico, che dire? hai tutta la mia approvazione.
    Aggiungo che questa azione di coordinamento dovrebbe addirittura spingersi oltre, partecipando e interagendo con realtà professionali diverse. In orizzontale.
    L’efficacia lavorativa sta proprio nel saper organizzare (e magari difendere) le proprie competenze in ambito partecipato.
    Bravo.

  3. by toselli federica on febbraio 8th, 2014 at 17:24

    “La qualifica professionale non è un’ etichetta”, ma motivo di orgoglio per rimarcare la professionalità di ciascuno di noi e segno di riconoscimento professionale all’ interno di un mondo di specialisti, globalizzato, in cui per semplificazione di concetti, si tende a minimizzare anche i rispettivi ruoli.
    Anche se non sono Agronomo, mi pare un po’ bizzarra la definizione Ingegnere Agronomo, perché proprio così facendo, si indurrebbe in maggior confusione il pubblico e la committenza.
    Per me Voi Agronomi dovete rimanere tali, come pure gli Ingegneri; ovviamente al titolo di studio, faranno seguito le competenze e specializzazioni di ogni professionista.
    Vorrei fare un paragone bizzarro ma come è definire il Medico Ortopedico, in ” Ingegnere specializzato nelle protesi e ossa fratturate”, penso proprio che il concetto del suo mestiere verrebbe snaturato oltre che un po’ reso comico.
    Il concetto fondamentale è che siano i professionisti, unitamente agli ordini e collegi di appartenenza, ad enfatizzare il loro ruolo e competenze.
    In ultima analisi, io ho assistito a tante “lezioni” dell’ Dottore Agronomo ed amico Giovanni spiegate in maniera molto esauriente e con un linguaggio accessibile a tutti, quindi inviterei chi non ha letto il profilo professionale di Giovanni, a leggerlo o rileggerlo attentamente e vedrà che le sue competenze non si limitano “all’ andare per farfalle”
    Anche l’ “andare per farfalle” fa parte comunque del Vostro profilo professionale, perché questa attività svolta con il senso scientifico ed empirico, contribuisce ad approfondire gli studi sulla Natura, Paesaggio ed Interazione con l’Uomo.
    Tanto ti dovevo, da Perito Agrario, quale sono, “collega minore” ma non per questo “minorata”,
    Toselli Federica.

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