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Sistemi verdi e foreste urbane in Italia

Intervista al Dott. Agronomo Paolo Lassin

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Come è cambiata la percezione delle foreste urbane negli ultimi 30 anni?

La mia crescita professionale è stata parallela allo sviluppo della forestazione urbana in Italia.

Negli anni Settanta, da un lato c’era l’agricoltura intensiva, chiamata allora agricoltura industriale e dall’altro cominciavano a nascere i primi movimenti ambientalisti che vedevano nell’agricoltura una pratica inquinante, da sostituire con ambienti naturali da realizzare e gestire soprattutto a cura dell’Ente Pubblico e delle Associazioni.

Negli stessi anni la forestazione urbana era considerata una controproposta al verde urbano, allora quasi intoccabile e non fruibile.

 

Negli Anni novanta si prende coscienza che la politica agricola aveva portato ad una sovrapproduzione agricola e vari regolamenti comunitari incentivano il set a side e la formazione di boschi e sistemi verdi più per la riduzione della produzione agricola alimentare che per sensibilità ambientale.

 

Nel nuovo secolo, l’agricoltura si è evoluta ed è più sostenibile; la formazione di sistemi verdi è considerata attività agricola a tutti gli effetti; si abbandona l’idea che il bosco possa sostituire l’agricoltura e viceversa; si sviluppa una idea di neo agricoltura largamente condivisa dall’ente pubblico, dagli ambientalisti e dagli agricoltori, nella quale gli agricoltori in prima persona oltre alle associazioni e agli enti pubblici, sviluppano l’ambiente e i sistemi verdi lineari.

 

Quindi la forestazione urbana, dall’idea di bosco in città alternativa agli spazi agricoli e al Verde ornamentale cittadino, si allarga al concetto originario di Urban Forestry relativo all’insieme dei sistemi verdi del territorio.

 

 

In parallelo a quanto sopra esposto si sviluppano i più significativi esempi di forestazione urbana.

Il primo esempio italiano di forestazione urbana, quello del Boscoincittà di Italia Nostra a Milano nel 1974, rifletteva appunto questa nuova cultura ed esigenza di creare, al di fuori degli schemi precedenti e con il volontariato, un nuovo ambiente diverso dal giardino e dalla campagna, senza scopi economici, ma con obiettivi ambientali, sociali e ricreativi, caratterizzato da una fruizione libera, con bassi costi di manutenzione.

 

Nel 1980 nasce l’Azienda Regionale delle Foreste, ora ERSAF, che sviluppa via via tecniche migliorative per la formazione di ampie superfici di nuovi boschi e di sistemi verdi, anche grazie alla possibilità di sperimentare ampiamente con interventi in amministrazione diretta e di coltivare specie forestali autoctone su larga scala.

Negli anni Ottanta si avvia il Parco Nord con un grande impegno pubblico e la creazione di una struttura tecnico operativa che porta negli anni all’esecuzione e gestione diretta di quanto ora è apprezzato a livello internazionale.

Nel 1984 ad opera dell’ARF nasce il Bosco delle Querce, primo esempio sostanziale di rinaturalizzazione di un’area inquinata e di inserimento paesaggistico nel territorio delle due discariche di diossina.

A un primo intervento in appalto ha fatto seguito un lungo processo di miglioramento continuo in amministrazione diretta, anche con il coinvolgimento di agricoltori e artigiani locali.

 

Negli anni Novanta Italia Nostra recupera, con un’azione di grande consenso, il Parco delle Cave di Milano, dialogando anche con gli agricoltori.

 

Nel nuovo secolo si avvia il progetto della regione Lombardia 10 Grandi Foreste di Pianura, anche con l’intervento di privati e agricoltori, e successivamente il progetto regionale Diecimila ettari di nuovi boschi e sistemi verdi che amplia il concetto di sistemi verdi, analogamente al Piano di sviluppo rurale, sia perché li estende i sistemi verdi lineari sia perché li apre anche ai privati agricoltori e proprietari.

 

Partendo dalle attuali politiche di contenimento del consumo di suolo e di sviluppo dei sistemi verdi, quale visione futura per lo sviluppo delle foreste di pianura e di tutela dell’ambiente?

In questo momento penso che il concetto di forestazione urbana debba essere ampliato, analogamente a quanto è già avvenuto nel mondo anglosassone: la terminologia urban forestry non sta ad indicare specificatamente il bosco realizzato all’interno o vicino alla città, bensì l’insieme di tutti gli elementi della natura, a vario grado di artificialità, che si possono manifestare nel territorio urbano e extraurbano.

 

Quindi all’interno del concetto di urban forestry vengono compresi sia il bosco sia l’aiuola in centro città, tanto il fiume quanto il filare alberato lungo la strada.

 

Si tratta di una concezione all’avanguardia, che permette di unire, in un’unica visione, il Verde esterno al Verde della città.

 

Secondo questa logica, non dovrebbe esserci più il piano del verde della città di Milano, ma il piano del Verde dell’area metropolitana.

 

Allo stesso modo, piuttosto che alla formazione di nuovi grandi boschi si dovrebbe arrivare alla formazione di vasti sistemi verdi diffusi sul territorio.

 

Più nello specifico, quale sviluppo e futuro si possono ipotizzare per la dorsale verde che circonda la Provincia di Milano?

Se proviamo a dimenticare questa impostazione, possiamo fare dei passi avanti molto interessanti. Invece di parlare di dorsale o di cintura, termini che richiamano la città e le tangenziali, proviamo a ragionare sui segni del territorio naturalistici, idrografici, storici, proponendo la riqualificazione e la connessione nella nostra pianura delle valli fluviali, dei terrazzi, del sistema irriguo storico, ma anche degli antichi tracciati lasciati dalla centuriazione romana.

 

Una bellissima ricerca, realizzata recentemente dall’Arch. Rizzini, ha evidenziato come la bellezza del nostro territorio agricolo sia sì legata alle siepi, ai filari o alle acque, ma soprattutto al fatto che questi elementi seguano la cadenza e la regolarità della vecchia centuriazione.

Proprio questo disegno del territorio dovremmo essere in grado di recuperare nei progetti di riqualificazione: non dovremmo più appoggiarci a concetti urbanistici come la cintura verde realizzata intorno alle tangenziali o l’Expo, bensì lavorare per ricreare le connessioni ecologiche ricollegandoci alle valli fluviali, alla fisionomia e ai segni del nostro paesaggio.

 

Inoltre la logica della demanializzazione per la formazione di sistemi verdi va fortemente integrata con quella della sinergia e dell’accordo di lungo periodo con i privati e in particolare con gli agricoltori.

 

Come affrontare il tema della sostenibilità economica nella gestione degli spazi aperti in aree urbane e periurbane con vocazione fruitiva?

Dal punto di vista tecnico, penso che in trent’anni si sappia molto in merito alla formazione dei nuovi boschi: in tema di progettazione paesaggistica, naturalistica e faunistica si è arrivati a dei livelli molto importanti. Il Parco Nord ne è un esempio di prim’ordine ma, per quanto riguarda la gestione, penso che si sia ancora in alto mare.

 

La mia convinzione è che la gestione dei boschi urbani, ma anche delle siepi e dei filari e quindi dell’insieme dei sistemi verdi, debba essere accompagnata da una progettazione e gestione che consideri anche il lato economico e le economie di scala.

Questo per non incorrere nell’errore dei nostri progenitori forestali che hanno rimboschito vasti territori, poi spesso abbandonati sia per mancanza di fondi, sia per la mancanza di un metodo e organizzazione razionale per la loro gestione.

 

Progettazione economica non significa ovviamente prevedere o pretendere delle rendite, ma pianificare modalità di gestione anche selvicolturali e naturalistiche razionali e sostenibili, su superfici e con metodi che permettano una adeguata economia di scala.

 

Mi spiego con un esempio in positivo: anni fa ho visitato il bosco di Zagabria; si trattava di un bosco centenario di Quercia e Carpino, gestito selvicolturalmente in modo razionale e con un’adeguata economia di scala, attuando regolarmente i tagli a buche programmati e ottenendo la rinnovazione naturale, in aree isolate da una recinzione leggera, in mezzo alla gente che quotidianamente frequentava il bosco.

 

È evidente che la gestione di quel bosco era a basso costo.

 

È dunque necessario pensare a modalità gestionali più sostenibili, prevedendo anche, se necessario, forme di educazione alla cittadinanza.

 

In alternativa si sarà costretti ad abbandonare del tutto la gestione dei nuovi boschi e sistemi verdi, perdendo anche una grande occasione per educare la popolazione alla gestione forestale.

 

Tra il Parco Nord e il Parco del Ticino, due parchi regionali, ci sono molti PLIS – Parchi Locali di Interesse Sovracomunale: si tratta di territori generalmente circoscritti, ognuno dei quali ha una propria gestione, generalmente piuttosto costosa.

 

Per razionalizzare i costi e la gestione si potrebbe pensare alla creazione di un unico Parco Regionale, su una scala decisamente più vasta rispetto agli attuali, che permetterebbe di avere anche un impatto diverso in tema di gestione complessiva del territorio e dei loro sistemi verdi.

 

La mia professionalità forestale ha avuto quattro momenti di confronto e di riflessione importanti.

Una nel 1982 quando, con Italia Nostra, ho visto il bosco di Amsterdam e i grandi rimboschimenti effettuati con giusti criteri forestali, anche per quanto riguarda la loro gestione.

La seconda nel 1995 quando come ARF siamo riusciti a tagliare in attivo un bosco bruciato, attraverso una adeguata economia di scala di intervento.

La terza nel 1998 quando sono andato a Manchester a vedere i grandi rimboschimenti e rinaturalizzazioni di aree abbandonate: i progetti avevano una scala territoriale e una visione fortemente diversificata e multifunzionale (per la loro gestione venivano prese delle scelte a priori poi rispettate).

La quarta quando, occupandomi più in generale dell’agricoltura in regione Lombardia, ho preso coscienza del ruolo enorme che può essere svolto dagli agricoltori per la formazione di sistemi verdi.

 

Quali azioni di governance volte a ridurre il consumo di suolo e ad estendere le foreste urbane ritiene maggiormente necessarie?

Quali rapporti e connessioni con i soggetti privati e il mondo agricolo?

In Provincia di Milano è stata promossa la nascita dei Distretti Rurali, intesi come libere associazioni fra agricoltori di un’area omogenea definita, il cui scopo è dato dalla possibilità di incrementare il reddito agricolo e contemporaneamente valorizzare il territorio attraverso la multifunzionalità, l’aggregazione e la sinergia fra gli aderenti.

Si tratta di un progetto strategico, destinato a produrre nuove relazioni, nuova qualità ambientale, nuovi servizi e vitalità partendo dalle imprese agricole.

 

Attualmente vi sono quattro distretti rurali, che comprendono oltre 8.000 ettari di terreno e circa 200 aziende agricole.

 

La sinergia con gli agricoltori, opportunamente accompagnata dall’Ente pubblico, anche in occasione di Expo, può portare alla nascita di una nuova filiera forestale, dalle caratteristiche vincenti in quanto strettamente connessa con lo storico patrimonio agricolo del territorio lombardo. Si tratterebbe di un salto culturale enorme: attraverso la stipula di patti pluridecennali l’agricoltore diventerebbe un importante presidio per queste aree.

 

È innegabile come nel Nord Italia la forestazione urbana sia nata e si sia sviluppata grazie al diretto impegno da parte dell’Ente pubblico e in particolare dell’ERSAF, oltre che delle Associazioni.

Tuttavia il futuro si fonda sulla sinergia tra pubblico e privato, dove il primo deve essere all’avanguardia nella sperimentazione, deve fornire azioni di supporto, deve controllare e garantire la qualità del risultato, lasciando che il privato formi e gestisca tale patrimonio verde.

 

Prendiamo un esempio a partire dalle Dieci grandi foreste di pianura, di cui abbiamo parlato prima: l’unica foresta finanziata e non ancora realizzata dal 2006 è il Parco Agricolo Urbano della Vettabbia, la cui titolarità fa capo al Comune di Milano.

 

L’Amministrazione Comunale, dipendendo quasi interamente da professionalità e ditte esterne, ha trovato diverse difficoltà in merito all’acquisizione dei terreni, alla progettazione e alle procedure di appalto.

 

Se il progetto fosse stato realizzato da subito in sinergia con un privato e con un altro ente pubblico, molto probabilmente il parco sarebbe già stato realizzato, così come è avvenuto per la grande foresta di Travaccò Siccomario in provincia di Pavia realizzata da un agricoltore, o quella di Pioltello realizzata dall’ERSAF.

 

Dal punto di vista economico, si tratta di strategie che sono convinto siano pienamente sostenibili da parte dei produttori agricoli. La Politica Agricola Comune (PAC), destinerà in futuro sempre più risorse per la gestione e sempre meno per la produttività, non limitandosi più solo ai sussidi di produzione, ma promuovendo strategie che investono anche l’alimentazione, la gestione dei territori e la protezione dell’ambiente.

 

Ormai la gestione dei sistemi verdi è a tutti gli effetti attività agricola, dal punto di vista sia fiscale che normativo. Gli agricoltori devono oggi saper abbinare la produzione (che non può continuare a essere basata sulla monocoltura) alla sostenibilità dei sistemi verdi, in termini di paesaggio, fruizione, qualità del territorio.

L’agricoltura fortemente industrializzata della pianura padana ha di fatto ridotto drasticamente l’occupazione agricola, lasciando migliaia di ettari strategici senza quasi presidio umano e abbandonando la maggior parte delle cascine.

 

Una nuova agricoltura e la presenza dei distretti rurali, potrebbero consentire il ripopolamento delle nostre campagne, favorendo insieme ai sistemi verdi, la nascita di diverse attività, quali l’agriturismo, le fattorie didattiche, la vendita diretta, i maneggi e così via: si tratta di aumentare l’occupazione dei nostri terreni agricoli, diversificare le attività e promuovere diverse forme di reddito.

Già oggi c’è un forte dialogo tra agricoltori e città, ancora poco conosciuto, ma destinato a crescere nell’interesse di entrambi.

 

 

Si tratta quindi di promuovere una forte sinergia tra pubblico e privato, sotto un coordinamento pubblico.

Questo come potrebbe avvenire?

Il coordinamento pubblico dovrebbe essere esercitato su più livelli, regionale, provinciale e di distretto.

Ad esempio, attualmente i distretti agricoli elaborano piani di gestione che vengono approvati dalla Regione.

Perché questa sinergia diventi fattiva ed efficace è però necessario un forte cambiamento di mentalità, soprattutto nel settore pubblico.

Fino ad ora gli Enti Pubblici – e i tecnici che vi lavorano – hanno spesso avuto il compito di pianificare e controllare anche nel dettaglio ogni azione e intervento, da quelli di pianificazione generale dei sistemi, all’indicazione talvolta di dove localizzare gli alberi stessi.

Si tratta di una logica che, sebbene abbia permesso di fare molto, ha anche presentato grosse lacune e ha portato a dei fallimenti.

 

Oggi non ha più senso l’acquisizione generalizzata di terreni da parte dell’ente pubblico; si deve arrivare a co-costruire, pianificare in sinergia con il privato.

Si tratta di realizzare patti pluridecennali che vedano un accordo tra il proprietario dei terreni, gli agricoltori – che saranno i veri e propri gestori dei sistemi verdi – e gli enti pubblici che possono fornire indirizzo, accompagnamento e supporto.
Mi auguro di veder nascere una nuova tipologia di parco da una delle esperienze promosse dai distretti rurali, magari vicino a Milano e con il supporto del Parco Sud. Chissà se Expo potrà fare da volano ad un’iniziativa come questa; sicuramente ci sono diverse proposte, piccoli progetti, imprese che si stanno muovendo, creando un importante capitale da cui attingere.

 

Le pongo ora l’ultima domanda, più direttamente inerente al Progetto Emonfur: il progetto prevede la realizzazione di manuali on line, dedicati al monitoraggio ed alla gestione delle foreste urbane e periurbane.

A suo parere, quanto la disponibilità di tali supporti può essere utile a garantire la tutela e la valorizzazione delle foreste urbane?

Quali contenuti suggerirebbe?

Credo che i manuali previsti dal progetto dovrebbero presentare una sintesi e una valutazione di tutto quello che è stato fatto, che nella pianura e fondovalli lombardi è veramente tanto e diversificato. Dovrebbero fissare dei punti fermi e degli indirizzi per quanto riguarda la progettazione, la formazione e soprattutto la gestione per gli aspetti ecologici, selvicolturali, economici e fruitivi.

 

Attenzione, però: si deve riuscire a presentare una proposta operativa, evitando il pericolo di realizzare un manuale teorico molto bello e anche scaricabile da qualche sito, ma ininfluente ai fini operativi. Il manuale dovrebbe presentare alcuni concetti chiave in merito alla gestione delle foreste urbane, indicando cosa si deve fare e cosa non si deve fare più.

Deve essere uno strumento utile ai professionisti, al singolo Comune o PLIS, al fine di rendere disponibili a tutti conoscenze ed esperienze.

 

Inoltre ritengo molto importante includere il livello economico e anche fruitivo: ad esempio, quali sono la superficie minima e i criteri per operare razionalmente un diradamento?

Quali unità minime mi permettono una gestione razionale ed economica evitando sprechi?

Quali macchinari utilizzare

In sintesi dovrebbero dar conto delle tecniche e delle modalità di gestione, a partire dalle esperienze fatte. Inoltre dovrebbero essere valutate anche le esperienze gestionali della fruizione, in particolare per quanto riguarda la sicurezza e la buona frequentazione degli interventi di forestazione urbana.

 

In conclusione potremmo chiederci se, salvo eccezioni magari su terreni pubblici, abbia ancora senso formare dei nuovi boschi isolati , oppure non sarebbe più opportuno puntare sulla formazione di sistemi verdi collegati tra loro e oggetto di una gestione unitaria, ragionando sul rapporto tra pubblico e privato e ridisegnando il loro rispettivi ruoli.

 

In questa visione non si deve ripercorrere l’errore, spesso fatto per il verde cittadino, di esternalizzare tutto da parte degli enti pubblici, perdendo anche la capacità di indirizzare e di fare strategia. Anzi il ruolo del pubblico, anche diretto, deve essere potenziato, ma dedicato a moltiplicare esponenzialmente la formazione di sistemi verdi, coordinando e accompagnando l’azione dei privati e mantenendo in gestione diretta attività sperimentali e di avanguardia.

 

Sicuramente si tratta di un lavoro complesso e delicato, che richiede un dialogo forte sia con i soggetti che, a diverso titolo, si sono occupati di forestazione urbana negli ultimi trent’anni, sia con nuovi soggetti disponibili.

 

*Paolo Lassini, laureato in Agraria presso l’Università degli studi di Milano, e in Scienze forestali all’Università di Padova, ha lavorato come dirigente e direttore presso diversi enti pubblici in Lombardia. Ha ideato, progettato o realizzato interventi di forestazione urbana, come il Parco Nord Milano, il Bosco delle Querce di Seveso, il programma Dieci grandi foreste di pianura e di fondovalle e il progetto 10.000 ha di nuovi boschi e sistemi verdi nella Regione Lombardia, promuovendo anche il coinvolgimento degli agricoltori e nuove tecniche più ecologiche e razionali per realizzare i sistemi verdi. Insegna presso l’Università degli studi di Milano.

tratto da: Urban Forest EMoNFUr Project http://bit.ly/foreste_urbane

 

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